venerdì, 05 maggio 2006 16:10
Il più grande gruppo ribelle nella regione sudanese del Darfur ha accettato di firmare un accordo di pace con il Governo. Il passo in avanti è stato fatto quando il leader dell’SLM (Sudan Liberation Movement), Minni Minnawi, è ritornato ai colloqui dopo lunghe ed intense trattative. Nei colloqui, che si svolgono ad Abuja (Nigeria), sono implicate quattro parti: il Governo sudanese, le milizie arabe pro-governative Janjaweed, ed i due gruppi ribelli: l’SLM ed il JEM (Justice and Equality Movement) che, comunque, non si dice contento dei termini dell’accordo offerto, mentre il Governo invece è già d’accordo per firmare.
I negoziatori internazionali dicono che questo accordo è la speranza migliore per la pace in Darfur, dove 2 milioni di persone sono fuggite dalle loro case. Il gruppo più grande, l’SLM, è diviso in due fazioni, la più piccola delle quali, guidata da Abdelwahid Muhamed El Nur, si è rifiutata di firmare. I ribelli hanno dichiarato, secondo la BBC, di non essere soddisfatti degli accordi riguardo la distribuzione del power-sharing nella vasta regione desertica.
L’altra fazione del SLM invece, secondo la Reuters News Agency, vorrebbe più seggi in Parlamento ma ha accettato l’accordo per far terminare la sofferenza della gente del Darfur. E’ il gruppo ribelle più piccolo, il JEM, a cui gli accordi ancora non piacciono; Ahmed Tugod, negoziatore capo del gruppo, ha detto di “aver deciso di non firmare finchè non saranno apportate delle modifiche al documento”.
I mediatori sperano ora che Minni Minnawi riuscirà a convincere gli altri ribelli a cambiare idea, aggiungendo che questo è l’ultimo tentativo per assicurare un accordo di pace per il triennale conflitto del Darfur, che ha provocato più di 200.000 morti e più di due milioni di sfollati; i ribelli hanno preso le armi nel 2003, accusando il Governo di discriminazione contro gli africani neri residenti in Darfur. In risposta agli attacchi ribelli le milizie pro-governative arabe Janjaweed hanno lanciato una campagna di massacri ed atrocità in Darfur, descritta poi come genocidio dagli Stati Uniti.
Anche gli Stati Uniti e il Regno Unito si sono uniti agli sforzi di mediazione dell’AU (African Union) per raggiungere l’accordo di pace entro la mezzanotte di giovedì scorso. La scadenza ai colloqui nella capitale nigeriana, Abuja, era stata fissata a mezzanotte di martedì ma era stata estesa per altre 48 ore, permettendo così al vice segretario di Stato Robert Zoellick ed al segretario dello sviluppo internazionale del Regno Unito Hilary Benn di avere piu’ incontri con governo e ribelli.
In Darfur circa 7000 peacekeepers dell’AU si stanno battendo per fermare la violenza fra i ribelli e le milizie pro-governative Janjaweed. Negli ultimi dieci giorni sono avvenuti ripetuti scontri tra fazioni ribelli rivali mentre le forze governative e le milizie si sono asserragliate nella città di Gareda.
Comunque, secondo Muhammad Ali al-Maradi, ministro di giustizia Sudanese, i ribelli dovranno pagare un prezzo per questa pace.
Scontri fra SPLA e comunità Lou nel sud
Un gran numero di persone è stato ucciso o ferito a Poktap quando i combattimenti fra le forze dello SPLA (Sudan People’s Liberation Army) e civili armati della comunità Lou si sono intensificati martedì scorso, minacciando di destabilizzare la già fragile pace nell’ instabile stato sud-orientale di Jonglei.
Il combattimento è cominciato quando le forze dello SPLA hanno provato a disarmare alcuni gruppi di civili armati Lou, ovvero le forze di protezione della comunità che venivano chiamate “esercito bianco” durante la guerra civile dei 21 anni. Nonostante che un accordo sul disarmo volontario di questi civili fosse stato raggiunto, i gruppi si opposero quando lo SPLA arrivò a confiscare loro le armi. Alcuni gruppi Lou sono prematuramente ritornati nelle loro case nonostante attualmente non sia garantita l’acqua.
Il territorio dei Lou è adiacente alla terra delle comunità dei Muerle e dei Jikany Nuer. In ognuna di queste comunità vi è un certo numero di gruppi di milizie armate ancora attive. I leader più conosciuti sono Simon Gatwich dei Lou, il comandante dei Muerle Ismael Kony e Gordon Kong dei Jikany Nuer. Un osservatore politico ha dichiarato che il disarmo volontario è un processo molto complicato che non può essere affrettato.
Rifugiati rientrano dall’Uganda
Quasi due dozzine di camion hanno lasciato l’Uganda martedì scorso trasportando a casa molti rifugiati sudanesi dagli insediamenti del distretto di Moyo, vicino al confine con il Sudan, ai loro villaggi di Kangapo I e II, secondo quanto riferito dalla portavoce con base a Kampala dell’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati).
L’UNHCR è preoccupato circa il livello di insicurezza e sta monitorando la situazione nel Sudan; circa 500 nuovi arrivi sono stati registrati dall’inizio dell’anno, principalmente dalla zona dell’Upper Nile.
Inoltre, dalla fine di questa settimana, tra i 700 e gli 800 rifugiati saranno aiutati a rientrare nelle proprie case per cercare soprattutto di fuggire dagli attacchi dell’LRA, il gruppo ribelle ugandese (Lord’s Resistence Army), che ha le proprie roccaforti anche nel sud Sudan.
Beatrice Giunta



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